“Racconti”

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Milano



Sono le sette e dieci e Alessio è in ritardo. Il tram in cui si trova lo sta portando in centro, dove lo aspettano i suoi amici. Solita gente, solite coppie in fuga dal posto di lavoro, uomini seri e grigi dallo sguardo fisso nel vuoto, chissà cosa di così importante in testa.

Le porte si aprono, scendono le persone, salgono le persone e le porte si chiudono. Prossima fermata, stessa storia.

Alessio sente una pressione sulla spalla destra, si gira e si trova faccia a faccia con un vecchio sdentato che, nei sui abiti sporchi, si appoggia alla sua spalla destra senza il minimo pudore, come due vecchi amici. Alessio, scocciato, si alza e cambia posto. Giurerebbe di aver visto una scintilla di tristezza negli occhi di quel vecchio, sostituita subito dopo da quello sguardo estraneo agli avvenimenti a lui esterni, con una punta di solitudine ed un retrogusto di malinconico bisogno d’affetto. Il vecchio si alza e si appoggia ad un altra persona, una signora di sessant’anni suonati che, scandalizzata, si alza in fretta e furia, dimenticando un pacchetto e facendoselo passare poi da una sua amica, quasi avesse paura di scottarsi avvicinandosi troppo a quel sudicio vagabondo. Il vecchio volge il suo sguardo fuori dal finestrino, la pioggia che martella incessante, la guancia a contatto con il vetro e inizia a cantare incurante degli sguardi di disgusto, a voce alta, calmo. Un canto triste, un canto di terre lontane, una famiglia chissà dove, un passato ormai scomparso, una tristezza infinita che Alessio adesso riconosce, limpida come la pioggia che picchietta sul vetro. Si aprono le porte, si chiudono le porte. Sale una donna, sola con un passeggino e due sacchetti della spesa, ma non riesce a salire, ha bisogno di aiuto. Chi guarda fuori, chi fa finta di non vedere, chi sfoglia le pagine del giornale più rumorosamente possibile, uno solo si alza e l’aiuta. Ancora cantando, si avvicina, prende in mano il passeggino e lo porta sul tram, facendo una carezza al bambino che lo guarda dai suoi occhi pieni d’innocenza, senza la minima ombra di giudizio. Alessio guarda, pensa, capisce. Milano, la città della pazzia, dove chi ha ancora dei sentimenti è pericoloso, dove chi è altruista viene additato senza indugio, e solo allora si rende conto che è la città stessa ad aver perso la ragione, dimenticando gli ultimi presupposti che la catalogavano come luogo di vita di più persone, ormai automi privi di valori e pieni di giudizi. Anche lui però non si è alzato, ha guardato la scena impassibile, contaminato dalla stessa pazzia che adesso ha riconosciuto. Senza pensare, Alessio si alza e, asciugandosi una lacrima che gli riga la guancia, abbraccia quel vecchio vagabondo, superstite di bontà in quell’oceano di pazzi maledetti.


Gordon Irving




Noi che il mondo lo vediamo così


Noi che corriamo giovani e liberi,

Noi che lottiamo soli contro tutti,

Noi che crediamo nell’amore e nei vecchi valori,

Noi che sogniamo solo ad occhi aperti,

Noi che il vento in faccia e un sorriso sulla bocca,

Noi che dopo tutto non abbiam paura di niente,

Noi che parliamo, respiriamo e pensiamo,

Noi che di voi abbiamo avuto rispetto,

Noi che non viviamo senza musica e colori,

Noi che il motorino, solo senza fermi,

Noi che i primi baci sono i più belli,

Noi che ogni estate viviamo ancora ingenui,

Noi che la prima volta è stato per caso,

Noi che da allora non abbiamo più amato,

Noi che nel cuore abbiamo la forza,

Noi che una carezza non l’abbiamo mai chiesta,

Noi che balliamo, solo ad occhi chiusi,

Noi che il profumo lo sentiamo con il corpo,

Noi che la luce la tocchiamo con le mani,

Noi che nel buio vediamo la speranza,

Noi che di speranze ne abbiamo ancora tante,

Noi che del tempo ci prendiamo gioco,

Noi che ci piace urlare contro il mondo,

Noi che ancora non vediamo come gira,

Noi che immortali siamo e mortali diventeremo,

Noi che il futuro, è solo davanti a noi.

Noi che.

Sempre.


Gordon Irving




Gocce di pioggia


Il rosso è il primo colore dell’arcobaleno, il colore della forza e dell’aggressività, il primo colore che ogni neonato impara a riconoscere, ma anche il colore del cuore e dell’amore che Lia Pantzer, ignara viaggiatrice e scout italiana, aspettava di conoscere.

Lia era seduta accanto al finestrino e contava le gocce d’acqua che scorrevano sul vetro. La sua mente era libera, allegra, cosparsa da una spensieratezza che è ormai rara negli adulti e che solo i bambini ancora riescono a tenere stretta. Il treno procedeva lentamente e il viaggio sembrava non finire mai, quando una voce dolce e allegra le chiese se il posto vicino al suo fosse libero. Lia alzò gli occhi ed ebbe bisogno di qualche secondo per mettere a fuoco l’alta figura di un bel ragazzo dall’aria palesemente parigina.

Lia non rispose, i pensieri si erano fermati, lo sguardo fisso e sognante, così il ragazzo si sedette e, senza parlare e senza chiedere, la baciò. Grande fu la sorpresa e immensa fu la felicità che, salendo dalla punta di quei piedi così infreddoliti, la invase e la circondò.

I giorni che seguirono furono dei quadri colorati che solo i protagonisti possono vivere e ricordare. Così spensierati che non possono essere descritti. Così unici che non possono essere copiati. Così lontani che possono solo essere ricordati.

Lia adesso è in treno e ancora nn riesce a piangere. Il suo amore è rimasto a Parigi e il suo cuore è ancora lì. La testa contro il finestrino, il cielo che piange per lei.


Gordon Irving




Luci al Neon


Natasha Laurence camminava con passo stanco lungo il corridoio numero 335 dell’ospedale Central Hospital di New York. Terzo piano. Reparto malati terminali. Erano le 2 e mezzo circa del mattino e il  pavimento e il soffitto erano illuminati ai lati da strisce di neon che donavano al corridoio una spettrale e triste luce blu. Dalle camere con le porte aperte provenivano sospiri e pianti silenziosi, e chi fosse riuscito ad ascoltare con il cuore, avrebbe potuto sentire il rumore delle lacrime dei malati che scendevano e bagnavano i cuscini per poi toccare il freddo pavimento. Natasha stava tornando dal bagno e voleva ritrovare la sua camera senza chiedere aiuto a nessuno: voleva dimostrare a se stessa di essere ancora in grado di arrangiarsi. Tipico del  suo carattere, avrebbe detto Sean se solo fosse stato con lei in quel momento. Gli infermieri Le passavano accanto, cercando di non guardarla, nessuno posava lo sguardo su di Lei. Nel giro di qualche minuto si trovò di fronte la porta della sua camera, l’aveva trovata. Stava per entrare quando si fermò, improvvisamente aveva sentito molto freddo, troppo freddo. Magari era solo una corrente d’aria, ma ebbe paura perchè avvertiva una strana e nuova sensazione di leggerezza. Decise di non dare ascolto ai suoi sensi e varcò la soglia, dopo qualche attimo volse gli occhi verso il suo letto e urlò. Il tempo intorno a lei sembrò fermarsi. Natasha si accosto al letto e, con gli occhi sbarrati, scostò le coperte. Fu allora che si vide. Il suo corpo giaceva immobile nel letto, bianco e privo di vita. Le venne voglia di vomitare. Usci dalla sua stanza e cominciò a correre lungo il corridoio, senza uno scopo e senza una direzione, ma i suoi piedi non toccavano più in terra ormai. Il suo respiro si stava facendo sempre più affannoso, quando, in fondo a quello stesso corridoio cominciò a scorgere un bagliore, e più Natasha avanzava e più la luce aumentava, fino a che non ne fu circondata e ne diventò parte.


Gordon Irving




Odore di Paura


Alla fine del suo ragionamento si accese la pipa ed uscì dalla stanza senza condividere alcun pensiero con i presenti. Ognuno si chiedeva cosa avesse scoperto il commissario, a quali conclusioni fosse giunto o se avesse già scoperto il colpevole. Chissà quanto denaro avrebbero speso per ottenere delle risposte, ma come Laurence ripeteva sempre, la verità non ha prezzo. Abbandonando la stanza poteva sentire l’odore degli sguardi puntati su di lui. Anche gli sguardi hanno un odore, e ad ogni tipo di sguardo corrisponde un odore diverso; il commissario Laurence Hilton lo sapeva bene, e più volte questa sua capacità lo aveva aiutato nel lavoro che svolgeva: era famoso in tutta parigi per come conducesse le indagini, per i suoi metodi veloci ed efficaci, ma al limite della legalità. Per parlare con parole povere: nessuno trovava, catturava e spremeva i cattivi come lui. Era nato per quel mestiere e dopo trentadue anni e mezzo di carriera non aveva ancora alcuna intenzione di abbandonarlo.

Uscendo dalla stanza avvertì il tipico odore degli sguardi impauriti e interrogativi: è un odore acre e pungente come la paura, ma con un pizzico di cannella. Una ricetta pericolosa che, col tempo, aveva imparato ad evitare. Questa volta non era stato abbastanza bravo e adesso ne era circondato. Quell’odore preannunciava sempre il peggio. Capì subito che qualcuno o qualcosa stava per scatenarsi. Sarebbe stata una lunga notte. Rientrò nel salone principale del castello e, dopo aver finito di fumare, riprese posto al tavolo dove siedevano gli altri undici ospiti di quel fine settimana che si era trasformato in tragedia. <<Chi era stato a sparare al padrone di casa?>>

Esaminò mentalmente il tavolo, senza far capire ciò che stesse facendo e cercando di mantenere una faccia inespressiva. Era un tavolo di ciliegio con sei gambe, piuttosto robusto, di forma ovale, liscio e, particolare importante, aveva una tovaglia che sembrava abbastanza spessa. Era l’ideale per quello che aveva in mente Hilton. Prima di rientrare nella stanza si era procurato una corda da giardiniere che aveva preso in prestito nel capanno degli attrezzi.

Dopo essersi seduto al tavolo ed aver guardato negli occhi ognuno dei presenti per ottenere la loro attenzione  annunciò con voce priva di tono e faccia impassibile di aver capito chi era il colpevole. Calò il silenzio e l’odore mutò improvvisamente. Adesso era veramente forte, così forte che quasi il commissario perse i sensi. Non aveva più dubbi, era l’odore che emana chi ha paura, chi sa di essere condannato: era l’odore del colpevole. In verità il commissario non aveva la minima idea di chi fosse l’assassino ma era sicuro che così facendo lo avrebbe trovato in poco tempo. Ormai era questione di attimi. Si accese la pipa ed aspettò. Successe dopo pochi secondi: uno dei presenti, a pochi metri da lui, scatto in piedi urlando ed estraendo una calibro nove dalla tasca destra dei pantaloni. Non ebbe il tempo di sparare perchè il commissario fu più veloce di lui: lanciò la pipa con dentro il tabacco ardente verso la mano del suo uomo. Colpito e ustionato dalla cenere che nel volo era uscita dalla pipa, lasciò cadere la pistola. In un attimo Hilton saltò sul tavolo, prese la tovaglia e gli fu addosso. Fu una lotta di pochi secondi, che vide vincitore il commissario. Dopo aver immobilizzato l’assassino con la corda, si rivolse ai presenti con voce finalmente naturale e disse: <<Adesso potete chiamare la polizia, sento uno stupendo odore di rose>>.


Gordon Irving

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